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PEDAGOGIA: ARISTIDE GABELLI

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 ARISTIDE GABELLI  Aristide Gabelli fu una personalità molto in vista nella vita scolastica dell’ultimo quarto dell’ottocento. A lui si deve il libro “il metodo di insegnamento nelle scuole elementari di Italia“ che aiutava a capire a quali finalità doveva rispondere e di quali metodologie doveva avvalersi la scuola elementare, ufficialmente obbligatoria per almeno tre anni, ma alla quale accedevano soltanto due bambini su tre.  Gabelli svolse un’approfondita riflessione sulla natura della scuola elementare, sulle sue finalità e sui compiti dei maestri. Il punto di partenza era la domanda ‘a cosa serve la scuola?’. La risposta è che l’efficace della scuola è direttamente proporzionata alla capacità dei maestri di essere aderenti alle esperienze infantili. Gabelli auspicava l’impiego di un metodo intuitivo in quanto produceva alla fine del processo formativo un individuo capace di pensare con la propria testa. Il metodo di Gabelli appare meno preoccupato di dettagliare ogn...

PEDAGOGIA: JOHANN FRIEDRICH HERBART

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 JOHANN FRIEDRICH HERBART  Viene definito il fondatore dell’epistemologia pedagogica: pedagogia moderna intesa come scienza. La pedagogia diventa così scienza dell’educazione. Secondo lui questa dipende (è formata) dall’estetica (scienza dei VALORI umani) e dalla psicologia. A partire da questo Herbart sostiene che la formazione del carattere del fanciullo dipenda dall’educatore, e questo l’educatore deve farlo usando i mezzi più appropriati e tenendo presente delle circostanze esterne. Egli ha questo compito perché l’istruzione e l’educazione generale è soprattutto formazione morale.  IL METODO HERBARTIANO  La pedagogia di Herbert si propone come scienza pratica, ossia impegnata a definire sia i fini sia i metodi per conseguire l’insegnamenti. Per quanto riguarda il primo punto Herbert individua tre condizioni operative:  -il governo;  -la disciplina cultura morale;  -l’istruzione  Il punto di partenza dell’opera educativa è un ambiente ben organ...

PEDAGOGIA: VERSO LA SOCIETA' ALFABETA

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Durante il XIX secolo giunse a maturazione in Europa la società Alfabeta e cioè una società nella quale viene ritenuta indispensabile la padronanza dei fondamentali elementi del sapere: leggere, scrivere e far di conto. Iniziò ad esserci l’avvento della modernità. Il mondo dell’educazione si trova coinvolto nella realizzazione di una nuova società. I sostenitori della modernità erano convinti che attraverso la scuola i bambini sarebbero diventati adulti all’altezza dei tempi, capaci di inserirsi nella vita sociale. Il modello di vita borghese era considerato un esempio e andava esteso anche ai ceti sociali più poveri. Anche i critici della modernità aprirono scuole e combatterono l’analfabetismo. La fiducia nell’educazione, nella scuola e nella pedagogia come sapere in grado di orientare l’educazione accompagno dunque tutto il XIX secolo. 

PEDAGOGIA: IL DIBATTITO SULL'ISTRUZIONE FEMMINILE

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 Per buona parte dell’età moderna le femmine furono escluse dall’istruzione e vennero ammesse lentamente e con grande fatica. Il modello comportamentale a cui ispirarsi era quello che voleva la donna modesta, consacrata a una vita ritirata, sotto il controllo prima della madre e poi del marito. Il compito dell’educazione era quello di trasmettere le virtù cristiane e abituare le ragazze a una solida moralità. Tra seicento e settecento si registrò una crescente attenzione all’educazione femminile, a partire dalle ragazze dell’aristocrazia e di quelle della borghesia. Si diffuse la convinzione dell’utilità, anche per le donne, della lettura e della scrittura.  Il luogo in cui avveniva l’educazione delle ragazze era la famiglia. Alla madre spettava il compito di curarne l’onorabilità, di cui essa si occupava anche dopo il matrimonio per garantire il buon nome della famiglia. Le ragazze più ricche disponevano di precettori, mentre nelle famiglie della ragazza più povere l’educazio...

PEDAGOGIA: DOMANDE PAG. 282-286-290

  Pagina282 1. Il termine modernità indicava nuovi valori, come ad esempio la superiorità della civiltà industriale, la fiducia nel progresso, il principio della libera concorrenza, la visione laica dell'esistenza, il valore della razionalità. 2. Coloro che criticavano l'idea di modernità temevano che il mancato riconoscimento dei valori religiosi, ovvero quelli tradizionali, avrebbero potuto ridurre il progresso ad un puro e semplice utilitarismo economico. 3. La scuola nella formazione della nuova società aveva un ruolo fondamentale, poichè tramite essa i bambini sarebbero diventati degli adulti all'altezza dei tempi, capaci di integrarsi nella vita sociale in modo attivo e per condividere una visione laica dell'esistenza. Pagina 286 1. La pedagogia di Herbart riprende dalla filosofia morale di Kant il fine dell'educazione, ovvero la moralità personale e la formazione del carattere e il conseguimento della virtù. 2. Le fasi del metodo educativo herbartiano sono: ...

SOCIOLOGIA: IL RUOLO DELLA DONNA E LA SECOLARIZZAZIONE

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IL RUOLO DELLA DONNA  Nel corso del processo di industrializzazione si è fatta strada l’idea che la donna dovesse necessariamente rivestire un ruolo marginale nei processi produttivi e che fosse lecito attribuirle un minore riconoscimento economico. Nelle società industrializzate si diffonde l’idea della donna casalinga. La donna lavoratrice diviene un soggetto anomalo, un problema sociale da risolvere.  Nella prima metà del 900 cresce la presenza femminile nelle fabbriche. L’aumento della presenza delle donne nelle fabbriche è reso possibile dall’introduzione del lavoro a catena. La presenza femminile aumenta anche nei lavori impiegatizi, dove le donne sono state precluse fin dal principio perché i ruoli dirigenziali erano quasi sempre occupati solo dagli uomini.  LA SECOLARIZZAZIONE  Una caratteristica della società moderna è che in essa la religione è meno capace di influire sulla vita sociale. La società moderna vive un processo di secolarizzazione, ovvero di gra...

SOCIOLOGIA: LA CRITICA MARXIANA

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 Karl Marx denunciò gli aspetti negativi dell’organizzazione industriale del lavoro. Per Marx l’aumento della produttività andava a vantaggio solo dell’imprenditore e non dell’intera collettività ed era possibile nella misura in cui il lavoro operaio veniva retribuito sempre meno. La divisione del lavoro, diventava fonte di disuguaglianza sociale, perché contrapponeva la classe degli imprenditori ai proletari.  Marx crea il concetto di alienazione. Esso significa che l’operaio è privato, o per meglio dire espropriato, sia dal senso complessivo del suo lavoro (che gli sfugge perché l’attività lavorativa consiste solo nell’esecuzione di compiti meccanici e manuali), sia dai prodotti della sua attività (di cui sia propria invece l’imprenditore). L’alienazione indica per Marx anche la natura stessa della produzione capitalistica, che è fonte di conflitti sociali.